Il sistema capitalistico

La nostra realtà, come quella di molti altri paesi al mondo, è basata ed è la manifestazione del sistema capitalistico.

Il Capitalismo è stato e rimane la forma di società che, con l’obiettivo della massimizzazione del rendimento del sistema produttivo e dei profitti, fa della concorrenza la propria esigenza suprema che si sforza, senza tregua, di mettere la società, il lavoro, l’educazione, la salute, i bisogni individuali e collettivi al servizio della migliore valorizzazione possibile del Capitale, cosa che lo spinge a estendere il campo della razionalità economica a tutti gli ambiti delle attività umane e della vita.

La crisi del Capitalismo che stiamo vivendo e che sta segnando negativamente e profondamente la nostra esperienza, è crisi di lungo periodo e investe tutta la realtà.
Il superamento del Capitalismo diventa un compito inderogabile e urgente in quanto i suoi imperativi, le sue regole, la sua stessa natura si sono mostrate incompatibili con la conservazione della vita e minacciano, oltre alle basi naturali di quest’ultima, la possibilità di caricarla di un senso comprensibile.

Il Capitalismo non regge più la sfida della storia ovvero quella che è stata, di fatto, la sua “religione”, una ideologia con cui ha ottenuto il consenso e ha sottomesso le masse: la coincidenza tra interessi privati (del capitale) e interessi pubblici (di ognuno di noi).

La crisi del Capitalismo esprime e sottende, soprattutto, la necessità urgente di ricercare un “orizzonte di senso” che si apra all’esigenza di emancipazione, di autonomia e di reale libertà.  La crisi non è, dunque, che il processo attraverso il quale una nuova forma di vita sociale preme per venire alla luce. Ma, una nuova forma di vita non può prendere corpo senza una profonda trasformazione dell’individualità, del modo di concepire se stessi come umani da parte di ognuno di noi.

Per la prima volta nella storia, con buona probabilità, ci troviamo di fronte al compito di dare “corpo” a tutto ciò che costituisce la dimensione e l’esperienza umana, la natura del soggetto umano: l’unità uomo/natura nonché la “logica del vivente” che ha nella “diversità” il suo fondamento, l’unità uomo/uomo, il nostro essere sistemi aperti, auto-creativi, auto-regolativi, trasformativi – evolutivi.

Un’antropopolitica, quindi, che si sforza e si esercita nel mantenere vivo l’aspetto complesso della realtà umana e sociale e impedire che una sola delle sue radici antropologiche si esaurisca durante il suo corso e che una delle polarità antagoniste che la costituiscono finisca per annientare l’altra: che distrugge l’opposizione, di fatto, distrugge se stesso. “L’antropopolitcia è parte per sua natura di un movimento storico globale in cui la politica, ormai non più limitata alle attività svolte dal governo al servizio del cittadino, tende a ricongiungersi al destino dell’uomo. Quel destino però non sarà mai assorbito dalla politica, non deve risolversi in essa: è la politica che deve essere subordinata all’uomo” (Edgar Morin, Introduzione a una politica dell’uomo).

La politica non è più “tutto”.

L’attuale situazione di crisi ovvero il primato dell’economia sull’uomo e la politica

 

L’attuale situazione pur gravata di molti problemi, economie in crisi, popolazioni ai limiti della sopravvivenza, catastrofi ambientali , politiche destabilizzanti, isteria di guerra, possibili fanatismi religiosi, pericoli nucleari, batteriologici e chimici, sembra tuttavia resistere a tutte le sue contraddizioni.

Tutto questo si regge, si legittima grazie all’egemonia culturale neoliberista il cui retroterra ideologico è costituito da ciò che Ignacio Ramonet ha chiamato  il “ pensiero unico”, cioè dall’idea che la globalizzazione sia concettualmente sorretta dal primato del mercato e di tutto ciò che a esso serve per espandersi, per rendersi sempre più autonomo e auto governarsi.

Il teorema è esemplare:

il mercato possiede in sé i mezzi per autoregolarsi e, libero da vincoli e da condizionamenti, soprattutto dello Stato,  produce un formidabile potere di espansione.

I principi fondamentali del modello concettuale del pensiero unico sono:

–    una massiccia deregulation dell’economia (ossia il superamento dei vincoli
amministrativi e legislativi che limitano, ossia regolano, l’azione delle
imprese),

  • una ampia autonomia del settore finanziario sia rispetto alla produzione che al commercio
  • una estensione rapida e massiccia del mercato
  • la politica dello Stato minimo e leggero rispetto alla dominanza del mercato e della sua mano invisibile
  • il rifiuto dello Stato quale agente di integrazione attraverso le politiche sociali
  • l’attacco al welfare
  • la flessibilizzazione, tendenzialmente non contrattata, del mercato del lavoro.

Ma, uno dei capisaldi più importanti dell’ideologia della globalizzazione e del pensiero unico che la basa è il primato dell’economia sulla politica.

Questo primato consiste nell’autonomia stessa del mercato.

Per il neoliberismo la libertà individuale non è il risultato della democrazia politica o dei diritti garantiti da parte dello Stato, la libertà è, bensì, il risultato della lotta contro lo Stato e significa essere liberi dell’ingerenza dello Stato stesso il quale, se possibile, non deve far di più che limitarsi a stabilire le regole che possono agevolare il libero gioco del mercato stesso.

E’ l’anarcocapitalismo come lo ha definito l’economista Serge Latouche (Il mondo ridotto al mercato).

Ogni boom, così come ogni aumento della quotazione in borsa di aziende, sembrano ormai coincidere con una estensione della disoccupazione.

La “distruzione creatrice”, come la definisce Schumpeter, è al suo culmine comportando per la società un doppio carico: il costo degli investimenti e l’assistenza ai disoccupati.

Certo è che la disoccupazione, cioè l’impossibilità di produrre a meno di lavorare per conto di un terzo, è la sanzione più spettacolarmente assurda di un sistema sociale fondato sulla eteroregolazione generalizzata.